WILPF Italia applaude con viva soddisfazione il conferimento del Premio Nobel per la Pace 2026 alla giudice Navanethem “Navi” Pillay per il suo rigore professionale e il suo notevole coraggio nella promozione della pace e del diritto internazionale.
In un momento storico in cui il numero di guerre e conflitti è in aumento, e giudici e istituzioni di diritto internazionale sono sotto attacco politico, il Comitato Nobel nell’annuncio del premio ha voluto rimarcare il principio che la risoluzione pacifica dei conflitti è necessaria e deriva dal rispetto dello stato di diritto. Un sistema giuridico internazionale in cui i criminali di guerra sono chiamati a rispondere dei loro atti e le vittime di abusi vedono affermata la giustizia è una condizione preliminare per un mondo pacifico.
Cresciuta in una famiglia di origine indiana tamil, immigrata a Durban in Sudafrica durante l’apartheid, Pillay è stata la prima donna non bianca nell’Alta Corte del Sudafrica nel 1995. Quattro anni dopo è stata giudice e Presidente del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (ICTR), dove si distinse per il suo ruolo nell’accertare che la violenza sessuale e lo stupro, così come la diffusione di propaganda, potevano portare all’incriminazione per crimini contro l’umanità e genocidio. Successivamente è stata nominata giudice presso la Corte Penale Internazionale (CPI), dal 2008 al 2014 ha ricoperto il ruolo di Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR). Nel 2019 è diventata giudice ad hoc presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) nel caso intentato dal Gambia contro il Myanmar, accusato di genocidio dei Rohingya, dal 2021 al 2025 ha presieduto la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio Palestinese Occupato.
Poco dopo avere ricevuto la notizia, Pillar ha commentato:
Rilascerò una breve dichiarazione perché questa notizia è davvero del tutto inaspettata.
Sono ancora esterrefatta dalla sorpresa, ma è una sorpresa meravigliosa.
Ho ricevuto molti riconoscimenti nel corso della mia vita, ma non ci si aspetta più alcun riconoscimento una volta compiuti gli 85 anni, che è la mia età oggi. Tuttavia, questo è il riconoscimento più alto e più importante che abbia mai ricevuto. Quindi permettetemi, leggerò per la stampa questa dichiarazione.
Sono profondamente onorata e grata di ricevere il Premio Nobel per la Pace 2026. Vorrei dedicare questo premio a tutti i sopravvissuti ai crimini internazionali, nonché agli operatori e ai difensori della giustizia internazionale, la cui compassione e il cui coraggio continuano a garantire che l’impunità non possa prevalere.
In questo tempo che viviamo il diritto internazionale e i diritti umani sono oggetto di gravi attacchi politici. Il peggioramento della situazione è particolarmente evidente negli attacchi rivolti alla Corte penale internazionale.
Come ha giustamente affermato il Comitato per il Premio Nobel, e cito testualmente: «Un sistema giuridico internazionale in cui i criminali di guerra siano chiamati a rispondere delle proprie azioni e le vittime di abusi ottengano giustizia è un presupposto fondamentale per un mondo pacifico».
Forse era destino che mi trovassi proprio in questa storica aula 600, dove si tennero i processi di Norimberga, quando è stato dato l’annuncio e mi hanno comunicato il premio. I tentativi a cui stiamo assistendo oggi, volti a indebolire la giustizia penale internazionale, mettono a repentaglio i progressi faticosamente conquistati dopo Norimberga e rischiano di riportarci a un mondo in cui è il potere, anziché la legge, a determinare quali sofferenze contano.
Questo riconoscimento rafforza la mia convinzione che dobbiamo restare uniti in difesa dello Stato di diritto, in difesa dell’indipendenza dei tribunali e di un ordine giuridico internazionale fondato sui principi piuttosto che sui personalismi. Nelle istituzioni che ho avuto il privilegio di servire, tra cui l’Alta Corte del Sudafrica, il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, il Tribunale penale internazionale dell’Aia, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, e ora in qualità di giudice ad hoc presso la Corte internazionale di giustizia e membro dell’Accademia internazionale dei Principi di Norimberga, in tutte queste cariche ho rappresentato questa promessa di promuovere e proteggere la pari dignità di ogni essere umano e i diritti delle donne e dei bambini in particolare.
Dobbiamo portare avanti questa missione e mantenere la promessa sancita dalla Carta delle Nazioni Unite, cito testualmente: «per preservare le generazioni future dal flagello della guerra». Questa è la promessa che dobbiamo a tutte le vittime e ai sopravvissuti ai crimini internazionali, ai nostri figli e a coloro che domani erediteranno il mondo.
Vi ringrazio molto per la vostra gentile attenzione.
In un tempo in cui sembra che la forza conti più delle regole, questo premio manda un messaggio controcorrente: la pace si costruisce con il diritto, con la dignità , con la pazienza di chi non smette mai di crederci. Non servono gesti clamorosi. Serve coerenza, giorno dopo giorno, per tutta una vita. Pillay ci insegna che la giustizia e la pace camminano insieme, che i diritti umani non sono un lusso, ma le fondamenta e che ogni età può essere quella giusta per fare la differenza. Ogni volta che qualcuno sceglie il dialogo invece dello scontro, ogni volta che qualcuno difende chi non ha voce, quella fiamma resta accesa. E non è mai troppo tardi per accenderne una nuova. Grazie Pillay!