Fadwa Tuqan, voce poetica della Palestina

Toni Maraini racconta del suo incontro, nel lontano 1992, con la poetessa palestinese Fadwa Tuqan e di come le sue poesie siano ancora oggi molto attuali. 


Talvolta la poesia è un importante documento di storia. E in questi tempi di violenze e proclami che manipolano la storia, può essere utile volgersi alla poesia. In questo particolare caso, alla poetessa Fadwa Tuqan (1917 ca. – 2003), “una tra le voci più rappresentative del popolo palestinese” (Enciclopedia Treccani).

Agli inizi del 1992 mi trovai a collaborare con l’Associazione Poeta di Salerno, diretta da Luigi Giordano, che con grande impegno organizzava un incontro poetico inter-Mediterraneo. Tra i nomi che proposi per quell’incontro avevo incluso Fadwa Tuqan, autrice già nota in Italia grazie anche alle traduzioni di Issa Naouri raccolte in un volume nel 1979, nonché a quanto aveva scritto di lei il noto arabista Francesco Gabrieli. Dopo aver preso atto dell’opera della Tuqan, l’Associazione Poeta aveva deciso di attribuirle il «Premio Poesia» della Città di Salerno. Contattarla per invitarla in Italia non fu facile ma, alla fine, grazie anche all’intercessione del Ministero, Tuqan, che allora viveva in Cisgiordania, ottenne l’autorizzazione a viaggiare.

Minuta, piena di grazia, nel contempo fragile e forte, arrivò a Salerno nel maggio del 1992 felicissima di essere in Italia, dove aveva da giovane viaggiato e soggiornato negli anni ‘50. A Salerno, fu accolta con tutti i carismi di onore e amicizia da tante persone venute a incontrarla. Intrattenendomi amichevolmente con lei, potei prendere appunti e intervistarla. L’intervista fu pubblicata, in versione succinta, su L’Unità il 15/5/1992.

Alla mia domanda sugli accordi per la Conferenza di Pace, allora ancora in corso a Oslo, aveva risposto che, certo, erano molto importanti, “anche se il futuro è oscuro… Ma noi vogliamo la pace! Vogliamo vivere in pace, senza tutto questo odio (…) e con libertà e dignità per il mio popolo (…). Nella dichiarazione che ho inviato alla Associazione Poeta di Salerno, e che leggerò, ho scritto che è soltanto quando i legami di amicizia, di rispetto e di comprensione tra le nazioni verranno assicurati che fiorirà l’albero del bene, della stabilità e della pace per tutti. Perché il popolo palestinese non è che un ramo dell’unico albero, che io chiamo l’albero dell’umanità. Umanità che ha il compito di fermare l’ascia quando si abbatte su uno dei rami, perché difendendo una parte dell’umanità la si protegge tutta. (…) Io scrivo poesie che mi permettono di testimoniare su quello che succede nei Territori Occupati e soffermarmi riflettendo sul terrore e gli orrori dell’occupazione e l’ingiustizia imposta al mio popolo”. 

Come raccontò ancora, aveva amici tra i poeti israeliani e soprattutto, disse, “sono molto amica della poetessa israeliana Dahlia Ravikovitch. Per anni ci siamo rese visita, ma dall’Intifada, non possiamo più incontrarci, io non posso andare e a lei, che vive in Israele, non sono facilitate le visite. Coloro che credono nei nostri diritti hanno voce debole, perché le autorità non li incoraggiano. D’altronde, a Nablus nessuna attività è permessa. Tutto è sempre sotto controllo e censura (…) c’è quasi sempre il coprifuoco. Molte scuole sono chiuse e così l’università nella West Bank. (…) Non c’è vita culturale. Come per tutte le occupazioni, si cerca di farci retrocedere verso l’ignoranza”. 

Le poesie di Fadwa Tuqan, intense e forti, raccontavano e denunciavano i tanti episodi e momenti di oltraggio e sofferenza della gente nei Territori Occupati. Una delle sue poesie più famose, scritta nel 1969, era intitolata Sospiri davanti allo sportello dei permessi d’attraversata. Ecco alcuni versi : 

Fermarmi sul ponte a mendicare un permesso!

Ahimè! Mendicare, sì, un permesso di attraversata! 

Soffocarmi, perdere il fiato, nel caldo del mezzogiorno! (…)

Ahimè! Migliaia di occhi ansiosi

fissi allo sportello dei permessi

sono specchi di angoscia (…)

poi la voce di un militare

scoppia furiosa come uno schiaffo sul volto della folla (…)

e con insulti grida loro “cani, tornate indietro!”.

Un’altra sua poesia, presa da E spuntò la luna: 

(…) sul mio cammino

sequestrato da una linea di fuoco

assediato da posti di blocco

la notte perseguita perfino l’ombra

e lacera le labbra di un bambino (…)

mentre vado prigioniera di una notte

che mi offre come patria l’esilio

oh luna mia come hai fatto a raggiungermi? 

E, sempre degli anni ‘60, questi versi dalla poesia Canzone per la libertà: 

(…) malgrado le catene, malgrado le case dinamitate, 

(…) sotto le pallottole e nel mezzo delle fiamme 

(…) continuerò a tracciare il suo nome (…) 

Libertà! Libertà! Libertà! 

La sua vena poetica, la sua grande sensibilità, portarono la Tuqan a scrivere anche dei versi che esprimevano sentimenti più delicati e intimi, e d’amore, ma poi con forza drammatica si volgeva all’impellente necessità “di testimoniare su quello che succede nei Territori Occupati e sul terrore e gli orrori della occupazione”.

Nel corso della sua intervista, aveva evocato il suo famoso incontro con Moshe Dayan: “Moshe Dayan era al corrente della mia fama e attività di poeta e volle incontrarmi. Mi ricevette. Io gli dissi subito: so che avete sofferto molto in Europa, so che avete bisogno e diritto ad una vita degna e giusta, ma perché dobbiamo pagare noi? Lui mi disse: signora, mi sono fatto tradurre le sue poesie, sono molto belle, ma sono anche pericolose perché lei è contro di noi. Io risposi: no! Io non sono contro di voi in quanto Ebrei, proprio no! Ma mi oppongo a voi come occupanti; di fronte alle sofferenze del mio popolo e della mia terra avrei dovuto tacere? Può lei rimproverarmi? E lui rispose: No, I don’t blame you, no, non posso rimproverarla, signora. Continuammo a parlare così, lui cercando di convincere me e io cercando di convincere lui”. Sembra la scena di un film! Un dialogo che oggi sarebbe impossibile tra un poeta e un rappresentante dell’attuale governo, dove un ministro ha definito tutto il popolo palestinese “animali e terroristi”.

Perché è importante oggi tornare su alcuni versi e su quanto raccontava Fadwa Tuqan decenni fa? Perché è documento e richiamo ad una ben altra narrazione di quella dell’attuale governo di destra israeliano. Perché è richiamo al “diritto di una vita degna e giusta” per tutti i rami dell’albero, quello palestinese e quello ebraico, come le dissidenze interne in Israele e della Diaspora dichiarano con lucide e accorate voci. Anche se poco rese dai media e se non riescono a fermare “l’ascia che si abbatte su uno dei rami”, l’unirsi di tutte le voci nella denuncia, incluso dei reciproci errori, è importante e necessario per la presa di coscienza storica e politica. Nonché per chi crede nell’albero e nei Diritti Umani dei suoi rami, e nella poesia.

Autore

  • Toni Maraini

    Toni Maraini, nome d’arte di Antonella Maraini, nata a Tokyo nel 1941, è scrittrice, storica dell’arte e studiosa del Maghreb, dove tra il 1964/1986 ha vissuto. Ha insegnato, fatto ricerche e pubblicato libri, saggi e articoli, sia in Maghreb che in Italia. Ha vinto vari premi, tra cui “Premio Donna Città di Roma” (2001), “Premio Mondello” (2007) e “La Palme de Marrakech” (2008). Per informazioni consultare tonimaraini.org.