Originariamente pubblicato in: Saperi Territorializzati, CISAV, Giugno 2023
Autrice: Rosa Amodei, associata WILPF Italia
Ucraina
La guerra in Ucraina è un’ennesima ferita nel cuore dell’Europa dopo quella del 1999 in Jugoslavia. Assurda, indicibile, dilacerante. Essa interroga tutti, attori internazionali e ciascuno di noi; le nostre scelte, le visioni del mondo, le nostre pratiche nella vita civile. Poteva essere evitata, sì, poteva esserlo, ma non è stato voluto. ‘Guerra per procura’, si dice, tra blocchi imperialisti, con il sacrificio del popolo ucraino/russo. Papa Francesco è stato chiaro da subito, “si è andati ad abbaiare alle porte di qualcuno”, quel qualcuno che da anni chiedeva all’Europa garanzie per la propria sicurezza nazionale e mai ascoltato. Analisti e corrispondenti dall‘estero lo andavano dicendo da tempo.
Trovo, ad oggi, inaccettabile lo schieramento unidirezionale della civilissima Europa che soffia sul fuoco anziché praticare le vie della diplomazia per il raggiungimento della pace, soprattutto a seguito degli eccidi avvenuti contro le popolazioni russofone del Donbass a partire dal 2014 e alla non attuazione degli accordi di Minsk del 2014/15, per evitare la guerra. Certamente non c’è di essa giustificazione alcuna. Il rifiuto è totale, perché la guerra è orrore e crimine contro l’umanità, è povertà e tragedia, per le vite spezzate, per i corpi violentati di donne, bambini, vecchi, disabili, per chi resta e chi parte.
Prendendo atto che di invasione si è trattato, uscendo dalla logica dell’invaso e dell’invasore, dominante sin dall’inizio del conflitto, proverei a porre alcuni interrogativi fuori da ogni pregiudizio ideologico, cercando di cogliere il senso di alcuni nodi storici del divenire del mondo occidentale, riferendomi ai dettami delle Istituzioni universali poste a fondamento della nostra vita civile.
Le domande sono le seguenti: mentre negli anni ‘50/’60 del ‘900 si dilatavano i processi di industrializzazione e le società occidentali godevano di un certo benessere, quali sono stati i rapporti con gli altri popoli e quali quelli tra i Nord e i Sud del mondo? Perché, ad esempio, noi occidentali siamo convinti di essere in possesso di parametri di vita ineccepibili e non chiederci, al contrario, come siamo percepiti da altri popoli? Perché parliamo di democrazia e non di democrazie? perché non sappiamo mai di come avvengono le relazioni internazionali? In che modo ci approvvigioniamo di risorse naturali facendo deserto di beni e terre altrui? Perché il secondo dopoguerra è stato disseminato di colpi di Stato in Centro e Sud America, in Africa e, nell’ultimo trentennio, da guerre intermittenti in Medio Oriente? Perché siamo «sempre convinti che le nostre intuizioni naturali siano giuste» (Rovelli 2023: 39) la qual cosa ci impedisce di imparare dalle nostre esperienze e da quelle altrui?
Forse questi interrogativi ci aiutano a porci in una prospettiva inusuale, meno ipocrita, ma più adeguata nel leggere il presente, le tensioni tra blocchi politici contrapposti e cogliere, senza finzioni, i paradossi e le contraddizioni delle politiche occidentali. Forse, come suggerisce Carlo Rovelli, “Imparare a disimparare” dalle nostre false illusioni potrebbe essere un buon metodo di lavoro (Ibidem).
L’occidente atlantista
La Carta delle Nazioni Unite, firmata a San Francisco il 26 giugno 1945, per cui si disse “mai più guerre” dopo la fine del conflitto mondiale con i suoi 60 milioni di morti, e “La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo e del cittadino” del 10 dicembre 1948, furono decisivi nel fissare i Principi di una vita democratica, fondata sulla pace, la solidarietà, la cooperazione tra gli Stati.
Da allora l’umanità sembrava giunta ad una svolta epocale per lo spirito universalistico sancito da quelle Carte a garanzia di un mondo nuovo.
Però, in un arco di tempo brevissimo, altri due eventi di marca strettamente ideologica, insidiarono tale spirito: “Il discorso di Winston Churchill al Collegio Westminster” di Fulton, nel Missouri”, (USA) del 5 marzo 1946, e la creazione della NATO, acronimo di NORTH ATLANTIC TREATY ORGANIZATION, del 4 aprile 1949.
Nel discorso di Fulton, Churchill elogiava l’immane sforzo dell’URSS nel sostenere il fronte bellico più lungo d’Europa contro il Nazismo, ma, al tempo stesso, avvertiva gli alleati occidentali che da Stettino sul Baltico fino a Trieste sull’Adriatico correva una “cortina di ferro”! (Churchill in Desideri 2019: 976). In sostanza veniva tracciata una linea immaginaria con cui si individuava un nuovo nemico ad Est dell’Europa, il Comunismo, da opporre al liberalismo occidentale. Fu l’inizio della “guerra fredda”.
Non a caso con la NATO si volle creare un sistema di sicurezza militare a guida USA, a cui più tardi Stalin contrappose il Patto di Varsavia . La Francia di De Gaulle e l’Austria non aderirono alla NATO, mentre l’Italia entrò a farne parte, nonostante l’avversione di: Giuseppe Dossetti, Sandro Pertini e di Piero Calamandrei.
Secondo il grande giurista fiorentino, la NATO sarebbe stata tutt’altro che strumento difensivo, avendo gli accordi di Yalta già stabilito la spartizione dell’Europa in sfere d’influenza. La sua istituzione avrebbe creato blocchi contrapposti tra Ovest ed Est minando gli equilibri raggiunti. Era doveroso, secondo Calamandrei, riconoscere l’immane sforzo bellico compiuto dalla popolazione sovietica nella ‘guerra patriottica‘ con 28 milioni di morti, dopo l’invasione di Hitler del 1941.
Dovremmo porci a questo punto altri interrogativi: come era possibile pensare ad una “cortina di ferro” con Hitler sconfitto, la Germania divisa tra le potenze vincitrici, l’URSS ridotta allo stremo e impegnata nella propria ricostruzione? Da quale nemico doveva difendersi l’Occidente?
E ancora: se l’ONU e “La Carta dei Diritti Universali” tracciavano le linee di un radioso futuro dei popoli, perché in così breve tempo furono capovolti gli equilibri tra le potenze vincitrici? È superfluo ripetere che ad Est si andava sperimentando un modello economico-politico non regolato dal mercato ma dallo Stato, tendente alla giustizia e al miglioramento della società, senza classi. L’Occidente, al contrario, fondava nella “legge della domanda e dell’offerta” il principio regolatore della vita economico-sociale, ovvero sul mercato e sulla legge del più forte. Sicché quel lungo periodo storico chiamato “guerra fredda” fu lotta al ‘comunismo’ ad Ovest e ‘autocratismo e ossessione dell’accerchiamento’ ad Est, con immani sofferenze umane dall’una e dall’altra parte.
Non pochi furono i momenti che lasciavano preludere ad uno nuovo scontro armato tra i due blocchi. Tuttavia fino agli anni ‘70 del ‘900 le due aree vissero una sorta di “Pace fredda” legata per lo più alla deterrenza nucleare (Hobsbwam 2014: 270). Va pur detto che nel1991, con il dissolversi dell’URSS e lo scioglimento del Patto di Varsavia, seguirono pacifici accordi tra Gorbaciov, USA e Paesi della NATO, secondo cui quest’ultima ‘non sarebbe avanzata di un pollice verso l’Est’. Parve allora che si potesse costituire una Europa dei popoli, dal Portogallo agli Urali, e l’avvio della distensione (Travaglio 2023: 23-24).
Purtroppo così non è stato. Non si è stati capaci di coniugare le acquisizioni migliori delle democrazie liberali con gli assetti istituzionali più avanzati dell’URSS: istruzione obbligatoria, sanità pubblica, lavoro per tutti , cooperativismo. Sono i paradossi della storia! L’Occidente atlantista ha privilegiato la forma-Stato di tipo imperialistico, disseminando di armamenti le aree di appartenenza, con tutto ciò che ne è conseguito.
L’amarezza si colloca qui, negli spazi mancati di una stabiltà politica e di una democrazia sostanziale, con funzione redistributiva dello Stato, a tutela dei soggetti che lo costituiscono, diversamente non si dà vera libertà senza giustizia sociale. La stessa Carta dell’ONU sottoscritta «per salvare le generazioni future dal flagello della guerra […] e riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e valore della persona» (Desideri 2019: 921), è stata tradita alla prova dei fatti.
La nozione di “crimine di guerra” istituita giuridicamente dal Tribunale di Norimberga nel 1945/46, condannando il Nazi/Fascismo, è rimasta ‘vaga’, divenendo, al contrario, parte integrante delle strategie militari delle guerre in corso (Morin 2023: 20). È la fase neoliberista del capitale che assicura enormi profitti a ristrette élites militari/armatoriali e ingenti rendite al mondo finanziario, smantellando lo Stato Sociale. Privilegia investimenti in armi e bombe atomiche anziché in: scuole, asili-nido, ospedali, infrastrutture, tutela del mondo del lavoro. Divora in modo smisurato risorse naturali ed umane caratterizzandosi per “illimitismo”, ovvero di “illusione prometeica”, di delirio di onnipotenza che incombe su vaste aree del pianeta, devastandole (Bianchi, Casafina 2021).
Torna utile, in una prospettiva critica, evidenziare le contraddizioni di fondo del modello capitalistico che, «oltre ad essere un modo di organizzare la produzione e lo scambio sul piano economico, è anche un modo di organizzare la relazione tra questi e le loro condizioni di possibilità non- economiche» (Fraser 2023: 91). La riproduzione sociale, il lavoro domestico e di cura, la crescita dei figli, la protezione degli anziani, gravanti per lo più sulle donne, la natura stessa come input di risorse, il cosiddetto mondo improduttivo, costituiscono i prerequisiti necessari senza i quali la creazione di ‘valore’ non sussisterebbe. Mondo non riconosciuto perché appunto mondo non-economico (Ivi: 96). A tutto ciò si aggiunga il fatto che l’illimitato sviluppo di beni ha provocato effetti nefasti sull’ecosistema, sulla salute umana e ambientale. Se si pensa che solo il 10% del mondo utilizza i beni che il 90% produce, qualora il resto della popolazione mondiale dovesse rivendicare una vita pari al modello occidentale, il pianeta terra non potrebbe sostenerlo. Da qui occorre ripartire per pensare ad un cambiamento radicale del nostro stile di vita. Molti sono gli studi che vanno in questo senso.
Padre Alex Zanotelli in un libro dal titolo eloquente “Prima che gridino le pietre”, lancia un grido di dolore che vuole essere un avvertimento preventivo sui problemi cui andiamo incontro, sugli odi diffusi, sui sovranismi riemersi. È una storia che parla di noi, del rinchiuderci nel nostro privato, del razzismo verso i migranti, delle paure ataviche, dimentichi del nostro passato (Zanotelli 2018). Vivendo egli a lungo tra gli ultimi, nelle baraccopoli del Kenia, giudica errate le politiche di accoglienza dell’Europa, il suo bellicismo fallimentare, gli accordi con spietati dittatori.
Traffico di esseri umani, prostituzione femminile e minorile, bracciantato impegnato in agricoltura e sottopagato, rapina delle risorse altrui, guerre, sono per Zanotelli, le vere cause delle migrazioni. «Il Mediterraneo è una sorta di autostrada dove passano i traffici più sporchi e dove si fanno molti soldi» (Ivi: 75). Noam Chomsky, dal canto suo, non risparmia strali al suo stesso Stato di appartenenza, gli USA, allorquando analizza le guerre in Afganistan e in Iraq. Parla della “sconcertante protervia americana”, perché «L’invasione non soltanto fu una violazione del diritto internazionale […] ma non si fondava su alcun pretesto credibile da nessun punto di vista. Criminalità allo stato puro» (Chomsky 2023: 129). Ed aggiunge: «non è certo una dottrina nuova, nata negli Stati Uniti. È facile trovarne dei precedenti nella storia dell’imperialismo. Basti pensare al nostro predecessore nel controllo del mondo, la Gran Bretagna, grande maestra in fatto di crimini di guerra, la cui ricchezza e il cui potere derivarono dalla pirateria, dallo schiavismo e dalla più grande impresa di narcotraffico del mondo» (Ivi: 130).
Da queste linee generali possiamo evincere quanto importante sia un nuovo percorso, una nuova visione del mondo a tutela dei viventi. Pacifismo, cooperazione, uso della diplomazia nelle controversie internazionali, antimilitarismo. Quanto urgente sia la transizione ecologica nel riconvertire l’industria militare in industria civile, sostituendo le energie rinnovabili al nucleare e ai fossili, attuando la piena occupazione, fuori dalle logiche di profitto.
Occorre partire dalle Regioni, dai Comuni, dalle piccole comunità, allargare la consapevolezza di tutti per una riconversione produttiva non monopolistica, sfruttando l’energia dei territori a favore di chi li abita, senza strumentalizzazioni. Il modello capitalistico scricchiola da tutte le parti. Il nucleare di quarta generazione di cui parlano le lobbies è improponibile perché nocivo e costoso, le tecnologie di cui si avvale sono instabili. Neanche la proposta dei piccoli reattori va accettata. Essa è subdola.
Diritto alla verità: il caso Julian Assange
Pensare un mondo nuovo vuol dire innanzi tutto conoscenza e verità, cosa che i sistemi dominanti si guardano bene dal praticare. Segretezza, controllo dell’informazione, tendenza ad occultare le verità, ampio uso di agenzie preposte alla disinformazione è la cifra del sistema di dominio. È pur vero quanto afferma Tucidide che «così poco si affatica la maggior parte degli uomini nella ricerca della verità, preferiscono rivolgersi a versioni già pronte» (Tucidide 2014: 121). Tuttavia esiste un ampio universo sociale attento e scrupoloso che non dà tregua alle menzogne del potere dominante, correndo talvolta rischi personali. Il caso Assange sta a testimoniarlo. Mi è stato possibile ascoltare dalla viva voce di Stella Morris, moglie di Assange, i motivi per cui è perseguitato da un decennio. Da tre anni è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza inglese, senza processo e senza condanna, per aver reso noto i crimini di guerra commessi dagli americani sulle popolazioni dell’Afganistan e dell’Iraq. Gli USA gli hanno comminato 175 anni di carcere e ne hanno richiesto l’estradizione in America. Assange era giunto in Europa credendo nel liberalismo e nel garantismo delle nostre democrazie, ma non è andata così (Morris 2023). Ogni commento è superfluo.
Bibliografia
Bianchi B., Casafina F. (2021), Oltre i confini, Biblione Edizioni, Milano. | Chomsky N. (2023), Poteri illegittimi. Clima, guerra, nucleare: affrontare le sfide del nostro tempo, Ed. Ponte Alle Grazie, Firenze. | Desideri A. (2019), Storia e storiografia. Per la scuola del terzo millennio, Vol. 3, Tomo 3, Ed. G. D’Anna, Firenze. | Fraser N. (2023), Capitalismo cannibale, Laterza, Roma-Bari. | Hobsbwam E. J. (2014), Il secolo breve: 1914–1991, BUR Rizzoli, Sagrate. | Morin E. (2023), Di guerra in guerra: dal 1940 all’Ucraina invasa, Raffaello Cortina Editore, Milano. | Morris S. (2023), Intervento alla Conferenza del 7 marzo 2023 al Parlamento, via del Campo Marzio 78, Roma. | Rovelli C. (2023), Buchi bianchi, Adelphi, Milano. | Travaglio M. (2023), Scemi di guerra, Paper FIRST, Roma. | Tucidide (2014), Le storie, ed. UTET a cura di Guido Donini, Milano. | Zanotelli A. (2018), Prima che gridino le pietre. Manifesto contro il nuovo razzismo, Chiarelettere, Milano.