WILPF: dal congresso de L’Aia del 1915 ad oggi

Originariamente pubblicato in: Saperi Territorializzati, CISAV, Dicembre 2022


Introduzione

Talvolta incontri casuali o circostanze inattese possono cambiare il nostro agire e le nostre prospettive. Fu così, un decennio fa, allorquando, invitata da una storica femminista romana, che conosceva i miei interessi e i miei vissuti, Luisa Gizio, accettai l’invito a partecipare ad un convegno sul nucleare. 

I temi erano ineludibili: crisi climatiche, inquinamento, insostenibilità del consumo illimitato delle risorse, diseguaglianze, guerre, rischi dell’atomica, affrontati nella cornice del Pacifismo. 

Fui colpita, in quel dibattito, da due concetti chiave: l’uso del termine “letargia” ricorrente nelle analisi del prof. Luigi Mosca, scienziato del Centro di ricerca atomico di Modane (Francia) e la locuzione “Pacifismo Femminista” usata da due esponenti di WILPF-Italia, Antonia Sani e Giovanna Pagani, rispettivamente, Presidente e Presidente Onoraria della associazione medesima.

Fatico non poco a far parte di organizzazioni strutturate, rifiuto il verticismo e il leaderismo, in quel caso avvenne il contrario. Mi risultò chiaro da subito, in quel consesso, che vi era assenza di capi o di elitarismo e ciò favorì la mia disponibilità al cambiamento.

Molte cose mi convincevano delle relatrici/tori: l’accusa del prof. Mosca verso chi non prende sul serio il rischio dell’atomica, che può scoppiare per caso o anche solo per errore, nei conflitti fra Stati, nonché l’accusa di “letargia” rivolta anche a uomini di scienza, supini ai voleri del potere dominante, senza collaborare con altri scienziati allo smantellamento degli arsenali.

Delle esponenti WILPF coglievo le medesime istanze: denuncia delle immani sofferenze umane procurate dal sistema finanziario-militare con guerre permanenti. Potenza geopolitica come minaccia verso Paesi più deboli, corsa alla proliferazione di bombe atomiche dieci volte più potenti di quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaki il 6 e 9 agosto del 1945. A tutto ciò le wilpfers opponevano il valore del Pacifismo come unica via percorribile sul piano della prassi, indicando nell’associazionismo di base, pratiche significative di formazione e di informazione, miranti a disarticolare le leve del potere maschile, fondate sulla segretezza degli atti decisionali dei pochi sui destini dei più, con l’esclusione delle donne.

Avvertivo nei loro discorsi aria di laicità, orizzontalità, autonomia, nel senso rigoroso della responsabilità personale e morale di ciascuno. C’era di che riflettere! Come in un caleidoscopio, vedevo in quel dibattito rispecchiati i temi che appartennero alle generazioni degli anni ‘70/’80 del ‘900: rapporto scienza-potere, scienza-tecnica, non neutralità della scienza, mercificazione delle risorse naturali ed umane, logica predatoria del capitale finanziario, militarizzazione della società. Presi l’impegno di rendermi attiva. Scelsi di stare con le wilpfers e ne divenni socia.

Partecipavo a incontri, assemblee, convegni. Incontravo figure rappresentative del fronte pacifista: Alfonso Navarra, il prof. Angelo Baracca, Padre Alex Zanotelli, Bruna Bianchi e tanti altri. Compravo libri, acquisivo ogni loro pubblicazione. Studiavo. Giovanna Pagani, di lì a poco, mi fece dono di due libretti preziosissimi: Esigete! di Stephane Hessel e Albert Jacquard (2010) e La Rivoluzione Disarmista (suggestivo ossimoro), di Carlo Cassola (1983).

“Esigete!” è l’appello, rivolto a tutti, di esigere il disarmo atomico totale. “La Rivoluzione Disarmista” è la denuncia della “grande illusione” degli Stati di dotarsi di armi sempre più sofisticate, come deterrenza contro minacce esterne.

Cassola denuncia la inutilità e la pericolosità del riarmo, mentre coglie nel “militarismo” medesimo la causa prima dei due grandi mali che affliggono l’umanità: la morte per fame di milioni di persone e il rischio di estinzione della vita e dell’ecosistema.

Se l’incipit di un percorso personale, nel mondo del Pacifismo, risiede nei fatti qui tracciati, la storia che segue riassume un quadro generale dell’accadere del movimento WILPF che, a partire dal suo atto di origine, avvenuto ai primi del ‘900, irrompe nella Storia dell’Occidente capovolgendone gli schemi culturali e socio-politici: rifiuto della politica di potenza e della competizione, del classismo e dell’odio razziale, dell’individualismo e dell’esclusione, in nome della pace, raggiungibile attraverso la orizzontalità e la cooperazione, l’interclassismo, la solidarietà e l‘inclusione.

Vale la pena conoscerla per consegnare ai giovani le linee valoriali che è compito di tutti preservare, non solo della intellighenzia. E ciò per liberare le nuove generazioni dagli effetti nefasti del pensiero unico, rafforzare in esse quanto di meglio la cultura umanistica ci ha tramandato (Platone: L’Utopia dei Filosofi -Re al comando de “La Repubblica “ intesa come bene comune) andando oltre i confini, e, lungo il sentiero del Pacifismo, prepararle ad acquisire la capacità di vivere il cambiamento, il dialogo, l’ esercizio dialettico del confronto, onde evitare, per dirla con W. Black, il rischio che il pensiero diventi “acqua stagnante”.

Va in tal senso la proposta della ‘Weltanschauung’ WILPF: abbattere steccati, squarciare i veli della violenza e del buio che ci sovrasta, abolire le guerre come crimine contro l’umanità, divenire custodi della vita. Mi piace qui ricordare quanto fu detto dalle migliaia di donne convenute alla IV Conferenza Mondiale delle donne voluta dall’ONU e tenutasi a Pechino nel 1995: “guardare il mondo con occhio di donna” potrebbe essere il nuovo telos e, “la pace, come la forma più alta dello Spirito” (A.N. Whitehead).

Origine e contesto storico

WILPF nasce a L’Aia, dove, dal 28 al 30 aprile del 1915, in un’ Europa attraversata da eserciti, 1136 donne delle due sponde dell’Atlantico convennero in un Congresso con lo scopo di fermare la guerra e trovare le condizioni per una pace permanente. Ad esse si unirono altre 3.000 donne olandesi rivendicando insieme i loro diritti in difesa dei valori della vita e della civiltà. Abitualmente apprendiamo dai manuali scolastici, scritti da maschi, i contenuti del Congresso di Vienna del 1815 e la restaurazione dei vecchi sovrani sui vecchi troni, ma non conosciamo il Congresso dell’Aia del 1915, voluto e condotto da donne. Esso fu un unicum nella storia dell’Occidente, un evento rivoluzionario, di rottura delle norme della società patriarcale. I tempi erano maturi perché ciò accadesse.

Il mondo occidentale tra ‘800 e ‘900 vide l’attuarsi di trasformazioni socio economiche, tecnico-scientifiche e culturali, impensabili, con una intensità senza precedenti.

Masse di lavoratori partecipavano alla vita di fabbrica uscendo dall’isolamento del mondo contadino; Henry Ford introduceva nel mondo produttivo la catena di montaggio con funzioni e tempi lavorativi parcellizzati; enormi quantità di beni davano luogo alla società dei consumi, garantivano profitti e dilatavano i mercati, trasformando le vecchie forme di vita e le relazioni interpersonali.

Sul piano filosofico-scientifico, si avvertivano istanze metodologiche di tipo verificazionista contro la fumosità astratta dei vecchi saperi, ricercando nuovi linguaggi (Barone 1977), mentre nei caffè viennesi giovani intellettuali discutevano di come immettere “vino nuovo in botti nuove”. A. Einstein, con le Dottrine della Relatività (del 1905 e 1916), andava oltre la visione galileiano-newtoniana del mondo fisico-naturale, aprendo nuovi orizzonti alla scienza e ai suoi fondamenti (Einstein 2011). Notevole fu il contributo del fisiologo G.F. Nicolai al pensiero della guerra come “atavismo, persistenza di istinti aggressivi”, e di chi vagheggiava sin d’allora, come Otto L. Russbult “Gli Stati Uniti d’Europa” (Bianchi 2011: 115 e 125).

Sul piano della soggettività, la fede nella ragione umana veniva posta in discussione da avanguardie artistiche e letterarie sostenute dalla tradizione nietzschiana, cui diede grande impulso L’Interpretazione dei Sogni di Freud del ‘900. Nasceva la “Psicologia del profondo” con la scoperta dell’Inconscio e con essa il disvelamento di quello impasto di pulsioni, istinti, egoismi, di cui è fatto l’animo umano (Freud 2006). 

A partire da questi presupposti, l’idea di un soggetto maschile dominante e del mito della forza fisica, contrapposti al sesso debole, al mondo femminile, non erano più accettabili.

Risultava chiaro come il potere patriarcale, sul piano ideologico e politico, avesse sostituito agli ideali delle Nazionalità e della tradizione, un acceso Nazionalismo proteso verso la conquista e l’espansionismo territoriale.

Verticismo, individualismo, razzismo, bellicismo, costituivano ad inizio secolo  la cifra delle classi dominanti. La vita delle donne restava nel chiuso delle mura domestiche. Gli uomini negavano ad esse il diritto al voto, la loro crescita culturale, l’apertura alla vita civile.

A questo universo, spiriti illuminati di uomini e donne  opposero una visione paritaria e orizzontale della vita e della società. Animati da ideali di giustizia sociale, sensibili verso le minoranze e i ceti subalterni, rivendicavano solidarietà, interclassismo, cooperazione. Provenendo dal pacifismo di ispirazione anarchico-socialista e dal suffragismo ottocentesco, nel periodo antecedente la Grande Guerra, nacquero movimenti che si organizzarono in partiti e associazioni, opponendo al militarismo l’obiezione di coscienza e la concordia, al razzismo e all’odio di classe, l’inclusione e l’Internazionalismo.

Il Congresso dell’Aia e le deliberazioni

Le donne si distinsero in questo periodo storico per una presa di coscienza ed una maturità di pensiero elevatissime, dando luogo ad una vasta rete di corrispondenze, leghe, comitati, riviste, con cui rivendicavano la partecipazione alla vita pubblica, la propria crescita civile fuori dalle mura domestiche, il diritto al voto.

Quando allo scoppio della Grande Guerra si comprese che non si sarebbe trattato di un Blitz Krieg, Aletta Jacobs medica olandese, nel febbraio del 1915, lanciò l’idea di un congresso internazionale in cui parlassero solo le donne, per trovare le vie della pace, da tenersi a L’Aia in Olanda, Paese neutrale. All’appello risposero in tante, diverse per cultura, per classe sociale, censo, fede religiosa, ideologia. Erano filosofe, teologhe, mediche, infermiere, riformatrici sociali, levatrici, semplici lavoratrici. Tra esse vi era anche l’italiana Rosa Genoni di Milano. La guida del Congresso fu affidata all’americana Jane Addams, coadiuvata da un’altra grande figura, Emily Greene Balch.

La Addams, femminista e pacifista americana, era ben nota in Europa per il suo alto profilo intellettuale e per impegno civile. Aveva fondato il primo Servizio sociale, il “Social Settlement”, HULL HOUSE, nei quartieri degradati di Chicago. Vi accoglieva donne e uomini per lo più immigrati, sperimentando pratiche di solidarietà, di cooperazione, di crescita educativa, di democrazia diretta, di pacifismo. Importante ella riteneva essere “il legame di fratellanza”, “la forza dell’amore”, “la capacità intuitiva delle donne nella vita di relazione, punti di forza per un nuovo Umanesimo” (Addams 2004: 72-73).

 Emily Greene Balch, pacifista, docente di Storia e Sociologia, fu studiosa del mondo del lavoro, delle condizioni di vita degli immigrati, delle etnie, della questione femminile. Fondò “Scuole Estive Internazionali” per giovani di entrambi i sessi, promuovendo gli ideali del pacifismo come antidoto morale alla guerra. Denunciò il razzismo e i linciaggi di cui erano vittime gli immigrati ritenendo, al contrario, che furono essi a rendere grande l’America. 

Sostiene Bruna Bianchi, riferendo i pensieri di alcune partecipanti, che il Congresso dell’Aia “aveva rivelato l’ampiezza e la profondità di un movimento sotterraneo che era uscito dall’ invisibiltà e dal silenzio […] sentire che le barriere erette dalla guerra non riuscivano a dividere le donne, diede un’idea concreta del significato della Pace e della via per raggiungerla” (Bianchi 2011: 188).

Proverò ora a riportare alcune voci di singole donne, partecipanti al Congresso        dell’Aia, e raccolte nel libro di Bruna Bianchi citato in bibliografia, per cogliere lo spirito che ivi aleggiava e di cui si è nutrito il Pacifismo WILPF sino ad oggi. Ad esempio:

Per Emily HobHouse: “a L’Aia, il lavoro di pace e di fraternità ricevette un impulso straordinario” (Bianchi 2011: 118-189).

Per Emmeline Pethick Lawrence: “la Pace è il massimo sforzo della mente umana, applicato all’organizzazione della vita dei popoli, sulla base della cooperazione, che non può essere garantita da Trattati o conservata dagli armamenti; deve fondarsi sulla opinione pubblica di democrazie illuminate e libere” (Ibidem).

L’austriaca Harriette Thomas, a L’Aia, dirà: “sono venuta qui per rappresentare i deboli, le donne che non sono mai uscite di casa e che non hanno mai partecipato ad alcun avvenimento nel mondo; sono venuta per rappresentare quell’altra classe di deboli, gli uomini che sono stati resi fragili da questa terribile guerra […]. Oggi tornano da noi a migliaia. di alcuni di loro non abbiamo niente se non frammenti… e quando i capi di governo ci parlano delle meraviglie della civiltà che saranno costruite in questo paese dopo la guerra, noi ci domandiamo chi mai potrà costruirle?” (Ibidem).

Helene Swanswik, pacifista britannica, approfondì temi di grande attualità come ad esempio il “nesso tra pacifismo e partecipazione politica delle donne” e tra “militarismo e degradazione delle donne”, temi risultati centrali nel pacifismo contemporaneo. Ella scrive: “Sentivo che gli uomini avevano abbandonato i loro fini e avevano lasciato la responsabilità della vita sulle spalle delle donne, mentre loro giocavano a quel folle gioco sanguinario di massacrare i figli delle donne” (Ibidem).

Il Congresso dell’Aia decise di inviare delegazioni presso i governi per avviare trattative di pace e si concluse con risoluzioni che contengono principi inderogabili per la vita associata e per la pace permanente tra gli Stati. Non potendo enunciarle tutte, ne citerò solo alcune per mostrarne la lungimiranza e l’attualità.

Deliberazioni

  • Condanna della follia e dell’orrore della guerra;
  • Protesta contro gli odiosi oltraggi alle donne vittime delle guerre;
  • Rifiuto del diritto di conquista;
  • Voto alle donne e loro partecipazione a tutte le funzioni della vita pubblica;
  • Costruzione della pace in un mondo senza guerre e senza eserciti;
  • Non segretezza dei Trattati e presenza delle donne per la loro formulazione;
  • Costruzione di Organismi Sovranazionali per prevenire i conflitti affidando il loro superamento alla Diplomazia e all’Arbitrato mediante Conferenze Internazionali;
  • Creazione di una Corte di Giustizia;
  • Principio di Autodeterminazione dei popoli,
  • Libertà dei mari, Mercati liberi, Concorrenza pacifica, Internazionalismo, Cura dell’infanzia a partire dall’educazione alla Pace.

Molta attenzione questi principi ricevettero da parte di Lenin e ispirarono il Presidente Wilson nel promuovere nel 1919 la Società delle Nazioni.

Attingere agli archivi della memoria risulta necessario per cogliere analogie tra passato e presente, ma anche per dar conto delle pratiche WILPF oggi. Altro dato da non trascurare, e che sfata ogni pregiudizio maschilista, è il porre in evidenza la passione civile, l’intelligenza intuitiva delle donne de L’Aia, nelle quali c’era tutt’altro che buonismo ma qualcosa di più profondo da costruire.

Furono derise, sbeffeggiate dalla stampa. Non cedettero. Jane Addams diceva che le wilpfers non erano fragili ma “donne forti e coraggiose”.

La WILPF oggi

A partire da quel 28 aprile e in tutto l’arco del ‘900, lungo il solco del Pacifismo Femminista, WILPF ha dato luogo al senso delle sue dinamiche in modo espansivo ed inclusivo. Presente in 46 Stati nel mondo, ha ricevuto il riconoscimento di ben tre Premi Nobel, più un quarto Nobel ricevuto insieme alle Associazioni pacifiste della rete ICAN nel 1917. WILPF si configura come Associazione non profit, laica, fuori dai partiti, autofinanziata dalle quote associative delle iscritte e con finanziamenti di donors. Ha struttura orizzontale, la governance è diretta da una Presidente eletta ogni tre anni a livello internazionale, da due vicepresidenti, da una tesoriera e una segretaria generale, più cinque rappresentanti regionali con delle vicarie. Le attiviste wilpfers operano nelle sezioni di appartenenza di ciascuno Stato. Ogni Stato rappresenta una sezione WILPF. Ogni sezione a sua volta è governata da una presidente, da una segretaria e da un’ economa, eletta ogni tre anni, e da attiviste che operano sul territorio (esempio: WILPF-Italia, WILPF-Germania, WILPF-Svezia, ecc). Ad oggi la Presidente internazionale WILPF è Sylvie Jaqueline Ndongmo del Camerun, le due vicepresidenti sono: Jamila Afgani dell’ Afganistan e Melissa Torres degli U.S.A. Il Coordinamento internazionale delle attività è dato dal Congresso che si svolge triennalmente nei luoghi che di volta in volta le wilpfers scelgono. Il penultimo Congresso si è svolto nel 2018 ad Accra in Ghana, l’ultimo, avvenuto online, in Australia nel luglio 2022. Godendo dal 1947 di uno Status Consultivo presso l’ONU, la WILPF con sue delegate si rapporta in modo dialettico con le Agenzie ONU quali FAO, UNESCO, UNICEF con riferimento ai Bureaux di Ginevra e di New York.

Circa le attività e gli eventi della sezione italiana, l’elenco è davvero lungo. La pioniera coraggiosa che fondò per prima la WILPF-Italia fu Rosa Genoni nel 1915. Il periodo fascista e gli anni relativi alla Seconda guerra mondiale furono di ostacolo alla WILPF. Fu solo a partire dal 1989 che ricevette un impulso forte per opera di Giovanna Pagani e di altre donne colte e coraggiose quali: Ada Donno, Antonia Sani, Annalisa Milani, Heidi Meinzolt, Sancha Gaetani nonché l’attuale Presidente della WILPF-Italia, l’antropologa Patrizia Sterpetti, solo per indicarne alcune.

Convegni, manifestazioni, Conferenze internazionali, Carovane delle donne per la Pace, Marce mondiali, Corsi formativi nelle Scuole per l’educazione dei giovani alla pace, Tende antinucleari, sono i suoi strumenti di intervento. Una attenzione particolare viene data alle donne in zone di guerra, in virtù della Risoluzione dell’ONU 1325, ma anche a chi, rifugiate e rifugiati, cercano sul nostro territorio accoglienza ed integrazione. Con il progetto AISHA due wilpfers italiane sono presenti in Palestina accanto alle donne di Gaza, mediante esperienze di Microcredito a sostegno delle loro attività lavorative, Sancha Gaetani e Gianna Urizio.

Ritenendo che le armi, e in particolare le armi nucleari, siano le cause dei mali maggiori che affliggono l’umanità e che la potenza radioattiva sia devastante per la salute, WILPF-Italia collabora con la Coalizione Clima per la difesa dell’ambiente, con i Disarmisti Esigenti ed altre Associazioni, tra cui Mondo senza Guerre, Earth Day, Laudato Si, affinché le spese militari vengano convertite in spese civili, favorendo la Transizione Ecologica. Frequente è la collaborazione con figure già citate, lo scienziato Luigi Mosca e il prof. Angelo Baracca, il neurologo Manlio Giacanelli, dai quali riceve stimoli ai temi del suo agire.

Vivo è stato con essi il discorso intorno alle armi atomiche per la soppressione delle quali è stato avviato un percorso umanitario presso l’ONU insieme a tutto l’associazionismo della Rete ICAN, finalizzato ad un atto giuridico che ne proibisse la produzione.

Dopo tre Conferenze Internazionali a Oslo 2013, a Nayarit (Messico) 2014 e a Vienna 2014, l’Assemblea ONU, nel 2016, ha approvato una Conferenza per la elaborazione di un Trattato.

Essa si è conclusa nel 2017 e il 7 Luglio di quello stesso anno l’ONU ha adottato il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari in sigla TPAN (TPNW), con l’approvazione di 122 Paesi alla Conferenza di New York. L’Italia non lo ha approvato pur non essendo paese nucleare.

Va detto che il TPAN, per avere validità giuridica, richiedeva la ratifica di 50 stati. Sono occorsi altri 4 anni da allora, e, il 22 gennaio del 2021, la ratifica del TPAN è stata raggiunta con le firme di ben 66 Stati. Oggi il TPAN è Legge Internazionale, proibisce “la produzione, il possesso e l’uso delle armi nucleari”. Nella Conferenza dell’ONU, un ruolo notevole ha avuto la società civile. WILPF-Italia ha evidenziato le contraddizioni tra l’art. 11 della nostra Costituzione, secondo cui l’Italia ripudia la guerra, e la presenza di bombe atomiche NATO-USA sul nostro territorio.

Il lavoro, oggi, è quello di far convergere tutti gli Stati nucleari e non solo a ratificare il TPAN. A questo scopo, con la rete ICAN, abbiamo presentato la raccolta di circa 10.000 firme al Presidente Mattarella nel 2018, con la richiesta di ratifica dello stesso. Degno di menzione è anche il libro di IALANA scritto da “Avvocati contro l’Atomica”, i quali hanno avviato un contenzioso circa l’incompatibilità di cui sopra. Sarà un cammino in salita! Dobbiamo però impegnarci in difesa dei grandi obiettivi da salvaguardare: la Pace, l’Umanità e la Terrestrità. Oggi più che mai sono obiettivi prioritari con la guerra in Ucraina ed un’Europa bellicista incapace di sostituire armi con le vie diplomatiche per una risoluzione pacifica del conflitto.


 

Bibliografia

Addams J. (2004), Donne, immigrati, governo della città, Edizioni Spartaco, Santa Maria Capua Vetere. | Barone F. (1977), Il Neopositivismo Logico, Laterza, Roma-Bari. | Bianchi B. (2011), L’Avventura della Pace, Unicopli, Trezzano Sul Naviglio. | Cassola C. (1983), La rivoluzione disarmista, Rizzoli, Milano. | Einstein A. (2011), Relatività: esposizione divulgativa, Bollati Boringhieri, Torino. | Freud S. (2006), L’Interpretazione dei sogni. Parte II, L’Espresso, Roma. | Hessel S., Jacquard A. (2010), Esigete! Un disarmo nucleare totale, Ediesse, Roma.

Autore

  • Rosa Amodei

    Rosa Amodei è attivista femminista e ambientalista di WILPF. E' associata di "Per la scuola della repubblica" e si impegna in difesa della Costituzione Italiana come presidio di libertà e democrazia. Rosa inoltre collabora con la rivista "SAPERI TERRITORIALIZZATI" del CISAV.